La storia dei motoclub

Aggiornato il: 18 mar 2019

Molti di voi avranno sicuramente visto in giro dei gilet delle bande di motociclisti. Non tutti sanno come è nata la storia degli MC.

(Tratto da Wikipedia)


Durante il fine settimana del 4 luglio 1947, nella cittadina di Hollister in California si ospitava un raduno di motociclisti. Non è chiaro per quale motivo, ma alcuni gruppi di motociclisti incominciarono a provocare disordini spaventando gli abitanti della cittadina. In breve le risse e i disordini coinvolsero gran parte dei motociclisti intervenuti, ormai quasi tutti in preda all'alcool e all'eccitazione. Solo l'intervento della polizia proveniente da varie contee limitrofe riuscì a riportare

l'ordine pubblico nella cittadina. In realtà, i disordini (un paio di corse in strada e una vetrina rotta) si verificarono dopo che ad alcuni gruppi di motociclisti fu vietato l'ingresso al raduno.

A seguito dell'accaduto, la stampa diede ampio spazio all'avvenimento tanto da indurre

l'American Motorcyclist Association a diffondere una dichiarazione ufficiale in proposito. Nel testo l'A.M.A. affermava che il 99% dei motociclisti erano brave persone che rispettavano la legge, mentre solo l'un percento di essi viene definito "fuorilegge".

A quel punto molti membri di club iniziarono a fregiarsi di un piccolo stemma che riportava un "1%" cucito in un rombo, e a dichiararsi per l'appunto "Onepercenters", e cioè a riconoscersi proprio in quella percentuale di facinorosi da cui l'associazione motociclistica voleva prender le distanze. In quegli anni infatti, tutti i club affiliati all'A.M.A. usavano portare anche loro una "back patch" sulla schiena, la cui forma era assolutamente libera e piuttosto simile ad un logo unico, con l'indicazione del nome del club, il logo vero e proprio e la località di provenienza, scritti senza particolari regole.

Tale idea fu realmente messa in atto grazie all'iniziativa di Sonny Barger - presidente della sezione di Oakland degli Hells Angels - che nel 1959 convocò una delle prime "riunioni generali" di tutti i vari "club fuorilegge" dell'epoca, proprio al fine di costituire una gigantesca e compatta unione dei suddetti club "Onepercenters" in opposizione all'A.M.A.

Tuttavia all'inizio degli anni ottanta anche alcuni hanno dichiarato la loro estraneità ad attività criminali.

La "Back Patch" (anche chiamata "back colors" o semplicemente "colori"), è la toppa che si cuce sulla schiena dei gilet dei motociclisti che appartengono ad un MC (Motorcycle Club).

La tipica forma della suddetta toppa ha le stesse origini del nome "one percenters", e cioè risale a fatti di Hollister (California).

Orbene, i primi MC "onepercenters" vollero differenziarsi ulteriormente dal restante 99% dei motociclisci, decisero di tagliare la propria back patch in tre pezzi, indossandola così con il nome del club, il logo, e la località di provenienza in modo separato. I tre pezzi assunsero pertanto nomi specifici: il "Top Rocker" era la toppa superiore, curva, che riportava il nome del club; il "Bottom Rocker" era la toppa curva inferiore, che riportava la località di provenienza (la città o lo stato), l'"MC Rocker" riportava la dicitura "MC". Al centro era cucita la grande toppa con il logo del club MC.

In questo modo i primi club Onepercenters, iniziarono la loro vita di club autonomi, fuori dalla macchina organizzativa che li aveva in un certo modo emarginati.

Ovviamente, gli aspiranti Biker, per fare parte di un club del genere, devono verificare di esserne all’altezza, superando prove e vivendo una forma di gavetta e retaggio prima di ricevere “i colori”

Questi club nel corso della storia, già che c'erano, incominciarono a staccare pezzi ritenuti "superflui" dalle loro moto per ridurle all'essenziale, spesso tagliando anche le forcelle, per saldarne poi di più lunghe, e creando così i famosi "chopper" (dal verbo inglese "to chop": tagliare, tranciare, che entrarono di diritto nel "mito biker".

Le patches in tre pezzi dei club MC divennero in breve più famose di quelle dei club dell'A.M.A soprattutto per il fascino e la forte tensione emotiva e per l’impronta ribelle e “fuori dalle regole” che quelle patch rappresentavano.

Al giorno d'oggi tutti i club MC ne adottano le forme.

Le pezze dell'H.O.G. Harley Owners Group, il club monomarca sponsorizzato dalla famosa casa costruttrice di moto Harley-Davidson, sono tuttavia leggermente diverse.

Sono fatte in due pezzi, e il nome della città compare sopra e non sotto il logo.

Inoltre, la toppa superiore e il logo con l'aquila sembrano compenetrate una nell'altra, tanto che la toppa superiore si adatta perfettamente alle ali sottostanti dell'aquila simbolo dell'H.O.G. Il motivo di tutto ciò è che lo stesso H.O.G. ha voluto differenziarsi dai club MC, con i quali non voleva in nessun modo essere confuso, mantenendo però un po' di sapore motociclistico, e trovando quindi questa soluzione "riunificando" due pezze separate tra loro ed ottenendo un'unica toppa, composta originariamente da due parti.

Tale modifica è stata ormai accettata dai gruppi MC, che considerano gli H.O.G. decisamente un'altra esperienza, anche diversa o per certi versi “opposta” proprio per la caratteristica dichiaratamente commerciale e familiare tipica dell'H.O.G. stesso.

I motoclub, fanno leva sul tanto ambito senso di appartenenza che ogni biker ha.

Quando si va in moto in gruppo si esalta l’esperienza, si vivono emozioni e situazioni uniche e che fanno sentire il motociclista parte di un mondo dove tutto è permesso e dove si ci sente padrone della propria vita e della strada.

Come in tutte le cose ovviamente, anche i motoclub devono fare i conti con la società civile, la legge e le regole, anche se nel mondo dei club esistono delle famose “regole non scritte” che fanno appunto capire quanto sia importante il retaggio per ottenere i colori e quanto sia importante per i club mantenere certi standard di predominio sul territorio e fama

Tutto questo in certi casi arriva anche a discostarsi dall’essere motociclista diventando anche troppo spesso un problema per chi vuole andare semplicemente in moto, attaccarsi una patch o partecipare ai raduni.

Ad alimentare questo mito e stile di vita ci sono molte pellicole di film o serie TV, dove i protagonisti guidano le loro Harley-Davidson e indossano dei colori, vivendo degli intrecci e delle situazioni per certi versi eroiche e piene di patos che inducono lo spettatore a desiderare una vita come quella vista nello schermo.

Alla base di questi MC comunque c’è il requisito fondamentale di possedere una Harley-Davidson, quindi in ogni caso teoricamente il rispetto reciproco dovrebbe essere alla base tra possessori dello stesso marchio, invece si cade in molti episodi di rivalità tra bande, gruppi e gruppetti.

In conclusione, la vita dei Club richiede senza dubbio impegno e sacrificio, ripagato solo con il senso di appartenenza al club stesso e con le esperienze che si possono vivere in quel contesto.

Ma essere un biker, si dovrebbe definire tale quando si possiede una moto e se ne vive l’essenza, l’esperienza con consapevolezza, passione e amore, niente di più!


Quindi al di là di patch, gilet o colori, mi sento di dire per concludere questo articolo, che la moto è libertà ed ognuno è libero di viverla come meglio crede: “Da membro di un club MC, da HOG, da Free, qualsiasi cosa preferisce senza essere per questo nemico di qualcuno o altro che poco a che vedere con essere un motociclista!”

Buona strada!





Fonte

Wikipedia ed esperienze personali

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